Dott. Rachele Pallotto

Stare in relazione si impara. Come accompagnare i bambini ad affrontare e gestire i conflitti nelle relazioni

Stare in relazione si impara. Come accompagnare i bambini ad affrontare e gestire i conflitti nelle relazioni
educazione consapevole

L’uomo nasce come essere sociale e questa ormai è cosa risaputa, ma quello che si sa ma che viene poco ricordato è che seppur l’essere umano ha per natura necessità della presenza di altri per vivere e sopravvivere, la capacità di stare in relazione è qualcosa che si apprende attraverso lo stile relazionale della famiglia e si affina attraverso le esperienze che si vivono via via crescendo.

Il bambino vive immerso nelle relazioni sociali fin da quando è neonato, ma diventa sempre più consapevole e competente grazie ai processi bidirezionali di interazione che vive.

Schaffer afferma che l’ambito di studio dello sviluppo sociale riguarda essenzialmente<< il modo in cui i bambini interagiscono con gli altri>>. Pertanto la capacità di rapportarsi agli altri richiama immediatamente le relazioni affettive primarie, lo sviluppo delle emozioni e la capacità di comprendere i sentimenti e i pensieri, propri e altrui.

Il bambino per diventare competente dal punto di vista sociale dovrà quindi pian piano sviluppare la capacità di comprendere che sè stesso e gli altri sono dotati di stati interni, emozioni, pensieri, sentimenti, intenzioni che orientano il comportamento e le azioni.

 

Quando ha inizio tutto questo?

Intorno ai 2 anni, quando nel bambino inizia l’autoriconoscimento. Il bambino vive in quella fase un’importante separazione dal “corpo materno” che gli permette di comprendere di essere qualcosa di diverso rispetto alle figure genitoriali e di accudimento e prende vita la prima forma di identità. Parallelamente acquisisce sempre più importanza la relazione con i coetanei, a discapito di quella con l’adulto che seppur rimanendo fondamentale, decrescerà nel tempo, fino all’adolescenza.

La relazione con gli altri in questo arco di tempo evolve e si trasforma. Le interazioni tra i bambini nei primi anni di vita sono tendenzialmente unidirezionali, cioè all’azione del primo non corrisponde l’azione dell’altro. Ovvero prima dei due anni i bambini possono giocare con gli altri, condividendo anche lo stesso spazio ma svolgendo attività ludiche parallele. Quindi inutile chiedere ad un bambino di 15 mesi  di giocare insieme agli altri, cioè di fare dei giochi cooperativi e di scambio, semplicemente perché non ne è ancora capace e il suo cervello non è ancora maturo e pronto a questo.

Dopo i 2 anni invece inizia per il bambino una nuova fase, importantissima e ricca di apertura verso il mondo, di scoperte e di conoscenza di sé e degli altri. Una fase di crescita entusiasmante e impegnativa allo stesso tempo , che lo porterà a scoprire con maggiore intensità il colorato mondo delle emozioni e la fatica di vivere in un contesto fatto di collettività e relazioni, con tutto ciò che ne concerne, conflitti compresi.

Il conflitto nell’infanzia: limite o risorsa?

Il conflitto è una parte del tutto naturale dello sviluppo sociale e della relazione con gli altri. Anzi è una parte necessaria che aiuta il bambino a crescere ed acquisire competenze importanti, un’opportunità per imparare a conoscere e gestire le proprie emozioni, negoziare, trovare compromessi e perché no, anche nuove soluzioni.

I motivi per cui i bambini litigano possono essere i più svariati, dal contendersi lo stesso gioco, alla ricerca di attenzioni o la necessità di affermare la propria individualità e quindi autodeterminarsi.

Per tale motivo non dobbiamo demonizzare litigi e conflitti, ma piuttosto essere, in quanto adulti, degli attenti mediatori.

Il ruolo dell’adulto come lente di decodifica del mondo

L’adulto ha un ruolo fondamentale nella gestione dei conflitti tra bambini e in generale nel modo in cui si approcciano alle relazioni.

Gli adulti sono le lenti con cui i bambini conoscono, interpretano e decodificano il mondo. Il modo in cui gli adulti (genitori, educatori, insegnanti) affrontano relazioni e conflitti, sia tra loro che con i bambini, diventa un modello comportamentale potente. I bambini osservano, apprendono, imitano. Per questo motivo, ogni parola, gesto e atteggiamento assunto dagli adulti può favorire, oppure ostacolare, lo sviluppo di competenze relazionali sane.

Uno dei rischi più comuni è l’iperprotezione. Intervenire subito, vivere i conflitti dei bambini con ansia e angoscia, prendere le difese del proprio bambino in modo sistematico o risolvere il conflitto al posto suo, può sembrare un atto d’amore. Ma in realtà si tratta di una strategia che a lungo andare minaccia la sua autonomia emotiva e relazionale.

L’iperprotezione, infatti, impedisce al bambino di sviluppare fiducia nelle proprie capacità di affrontare le difficoltà. Se ogni volta che entra in conflitto con qualcuno viene “salvato” da un adulto o percepirà l’enorme preoccupazione da parte degli adulti vicini, imparerà che da solo non è capace di farcela, che il mondo è un posto pericoloso, che ogni conflitto è una minaccia per se stesso e per tale motivo va’ evitato o che ci sarà sempre qualcuno che risolverà i problemi al posto suo.

Questo atteggiamento, apparentemente rassicurante, in realtà può generare insicurezza, ansia sociale e dipendenza relazionale, rendendo il bambino più fragile e meno capace di confrontarsi in modo assertivo e rispettoso con gli altri.

Un altro rischio, opposto ma altrettanto dannoso, è quello di istigare alla vendetta: frasi come “se ti ha colpito, colpiscilo anche tu” o “occhio per occhio, dente per dente” sono ancora purtroppo frequenti. Pensiamo che così il bambino impari a difendersi, in realtà questo approccio trasmette solo un unico un messaggio: la forza prevale su tutto il resto, normalizzando la reazione impulsiva, la violenza e la sopraffazione come unica risposta ai conflitti.

Essere adulti mediatori, non giudici

Ogni intervento adulto dovrebbe essere orientato pertanto non a giudicare o schierarsi, ma ad accompagnare il bambino nel riconoscere ciò che è successo, nel nominare le emozioni provate e nell’ immaginare alternative al semplice agire impulsivo. È un lavoro di educazione emotiva e sociale profondo, che richiede tempo, presenza e coerenza.

L’adulto è quindi un mediatore, non un risolutore. Un facilitatore che, attraverso ascolto, esempio ed empatia, aiuta i bambini ad acquisire fiducia in se stessi, a capire il punto di vista dell’altro, ad esprimere in modo sano il proprio disagio, a trovare soluzioni condivise e a dimostrare che il mondo non è un posto di cui aver paura e che prima di tutto avrà aiutato il bambino a comprendere e costruire il luogo più sicuro tra tutti: quello che abita dentro di sé.

Solo in questo modo i bambini imparano a stare in relazione, con sé stessi in primis e poi con gli altri, sviluppando quell’ autonomia e fiducia nelle proprie capacità che gli permetterà di affrontare per la vita i conflitti e le relazioni in modo costruttivo e sano.

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